Sulla morte, senza esagerare

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sabato 10 MARZO - A.O.U. Città della Salute e della Scienza di Torino

abbiamo partecipato alla Formazione per Formatori:
"Declinazioni sulla relazione tra i vivi e la morte" - con Ferruccio VIGNA
[Medico Chirurgo; Specialista in Neurologia; Psicoanalista di scuola Junghiana]

La mattinata è iniziata così: "siete proprio dei disperati per venire a sentire parlare di morte un sabato mattina, con questa pioggerellina" (!)
"La morte è certamente un evento naturale, ma anche prevedibile, e tutto sommato quasi banale. Eppure, ogni volta dà scandalo, stupisce induce curiosità e orrore. Di fatto "Ciascuno è il primo a morire" (Ionesco). Tutti abbiamo grandi difficoltà a parlare della morte; anzi, anche solo a pensarla"

Un'atmosfera in tensione vitale tra malinconia, desideri e pensieri. Una densità di per sè lieve. 

Come preludio, in perfetta corrispondenza, condividiamo la poesia di Wislawa Szymborska “Sulla morte, senza esagerare”:

Sulla morte, senza esagerare
Non s'intende di scherzi,
stelle, ponti,
tessitura, miniere, lavoro dei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.
Quando conversiamo del domani
intromette la sua ultima parola
a sproposito.
Non sa fare neppure ciò
che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa,
né mettere insieme una bara,
né rassettare il disordine che lascia.
Occupata a uccidere,
lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità.
Come se con ognuno di noi stesse imparando.
Vada per i trionfi,
ma quante disfatte,
colpi a vuoto
e tentativi ripetuti da capo!
A volte le manca la forza
di far cadere una mosca in volo.
Più di un bruco
la batte in velocità.
Tutti quei bulbi, baccelli,
antenne, pinne, trachee,
piumaggi nuziali e pelame invernale
testimoniano i ritardi
del suo svogliato lavoro.
La cattiva volontà non basta
e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
è, almeno fin ora, insufficiente.
I cuori battono nelle uova. Crescono gli scheletri dei neonati.
Dai semi spuntano le prime due foglioline,
e spesso anche grandi alberi all'orizzonte.
Chi ne afferma l'onnipotenza
è lui stesso la prova vivente
che essa onnipotente non è.
Non c'è vita
che almeno per un attimo
non sia immortale.
La morte
è sempre in ritardo di quell'attimo.
Invano scuote la maniglia
d'una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto.

[Wislawa Szymborska]

Psicologia dell'infortunio, in breve

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A  livello  psicologico,  l’infortunio  intacca quattro aree che possono produrre ripercussioni importanti sulla quotidianità e sul futuro dello sportivo

TEMPO  infortunarsi  è  sinonimo  di  sospensione  dell’attività  sportiva,  il  tempo  di recupero  fisiologico  è  connesso  con  l’entità  del  trauma, con l’età  con la motivazione  della persona,  che  deve far  fronte  alla  gestione  dell’incertezza   (non solo circa  la  data  del  ritorno  all’attività) e, in  caso di pause più lunghe, vede svanire gli obiettivi della stagione

ISOLAMENTO  nel  corso  della  riabilitazione  l’atleta  interrompe  la  partecipazione all’allenamento  insieme  alla  squadra,  la  quotidianità  precedentemente definita subisce una seria modificazione e si sfilaccia. Lo stesso si può dire per lo sportivo non professionista, obbligato per un certo periodo all’astensione o ad una diversa  frequentazione di luoghi e persone legati alla sua attività.
La persona si trova in una situazione di solitudine e cambiamenti pratici 

DOLORE Il  grado  di  percezione  del  dolore  non  è universale,  ma  individuale,  quindi  varia  da  persona a  persona.  Può  accadere  che  il  dolore  tenda  a  non  esaurirsi  con  i  tempi  della  guarigione  clinica, quindi  persiste  cronicizzandosi  fino  ad  arrivare ad  essere  una  barriera  sulla strada che porta ad un completo recupero

PAURA il  ricordo  traumatico  dell’evento  che  ha  causato  l’infortunio  può  condurre  l’atleta  a  tornare all’attività agonisticain  modo  insicuro,  ad  andare  incontro a nuovi   infortuni e in casi più gravi ad abbandonare l’attività sportiva

L’obiettivo finale dell’intervento psicologico può essere sintetizzato in:  

Accettare le condizioni di infortunato
Accettare i tempi di recupero riabilitativo
Elaborare il dolore, accogliendo le normali reazioni ansiose e depressive: da qui, lavorare sulle risorse psicologiche contrastando la cronicizzazione
Cercare le migliori possibilità di recupero
Focalizzare la propria attenzione sul presente
Superare la frustrazione dell’inattività

Lo psicologo accompagna la persona nel lavoro di integrazione tra due dimensioni e due “parti di sé”: una più statica, riflessiva e riconducibile al riuscire ad accogliere e sostenere il presente (compresi i vissuti emotivi disturbanti) e l’altra più dinamica, strettamente connessa alla prima, orientata al futuro vicino e gradualmente percorribile.
[Fonte: Dr. Stefano Becagli, MI]

 

Il Piccolo Gruppo - un contenitore e un'esperienza

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Il Gruppo evoca, sin dalle sue radici etimologiche, l’immagine di un nodo rotondo (groppo=nodo; truppa=massa rotonda): un circolo di persone, un’aggregazione.

Le prime esperienze di gruppo a scopi terapeutici sembrano risalire ai primi anni del ‘900, condotte da un medico internista con pazienti affetti da tubercolosi. I pazienti, invitati a riunirsi periodicamente e sistematicamente, affrontavano gli aspetti medici e psicologici della malattia. Con effetti positivi sia sul tono dell’umore, sia sul decorso della patologia [Psicodinamica dei Gruppi – teorie e tecniche, Di Maria F., Lo Verso G. -1995]

Il lavoro psicologico in Piccolo Gruppo può essere definito come una prassi in cui il mezzo principe è il gruppo stesso.

Di norma, viene costituito un piccolo gruppo di 8-9 persone, con un conduttore/facilitatore e, a volte, un co-conduttore.

Il Gruppo è al tempo stesso un contenitore ed un’esperienza: presenta caratteristiche peculiari che facilitano lo sviluppo di relazioni, la nascita di legami identificativi, la creazione di una cultura comune e potenti meccanismi traformativi. Il Gruppo non è l’addizione degli individui che lo compongono, ma una somma vitale attraversata da dinamiche profonde, un’aggregazione che assume svariate forme e da luogo a nodi stretti, ma fluidi.

Le proprietà curative e trasformative vanno dunque ben oltre la possibilità di condividere il proprio disagio o il proprio vissuto con altre persone.

L’elaborazione delle vicende individuali avviene in relazione a quanto accade nel gruppo e ai fenomeni che nello stesso si manifestano; ogni evoluzione e crescita personale diviene un elemento utile e potenzialmente trasformativo per tutti.

E’ importante precisare che nel gruppo circola un particolare e complesso concetto di scambio, di qualità decisamente differente da un generico altruismo o da una generosità di superficie. E’ presente, profonda e vitale, l’idea di "dare senza perdere quello che si è dato" o del "ricevere senza portare via". Ciò non significa che la proprietà venga condivisa nel senso di essere “divisa”, bensì liberamente messa a disposizione e accessibile ai presenti. Si ritiene che ogni membro del gruppo trarrà beneficio se tutti i partecipanti si sentono facilitati nel portare all'interno di un pubblico-privato sufficientemente sicuro (gruppo) ciò che si tengono stretti. Viene allora riconosciuto che non si perde nulla e, ciò che viene svelato, rimane proprietà privata, ma del gruppo piuttosto che del singolo individuo [La psiche e il mondo sociale, Zinkin L. (a cura di) Cortina, Milano, 1996]

Liberamente tratto, con autorizzazione dell’autrice, da: La psicoterapia di gruppo - Dott.ssa Raffaella Grassi http://psicologapsicoterapeutaroma.it/la-psicoterapia-di-gruppo/2011/02/

 

Dopo la separazione. Risposte disfunzionali e potenzialità di riorganizzazione delle relazioni

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Le modalità di risposta alla separazione sono legate a svariati fattori, soprattutto relazionali. L’energia legata all’attaccamento persiste nelle separazioni, e, superato un livello critico di intensità, mette in moto dei meccanismi difensivi che diventano parte integrante delle disfunzioni relazionali della coppia separata. Non esistendo la possibilità di soddisfare i bisogni legati alla relazione intima, spesso si scatena l’aggressività agita direttamente o tramite i figli.

Si possono osservare varie e molteplici modalità difensive dall’angoscia di separazione attraverso processi di scissione e di identificazione proiettiva tesi a negare la separazione stessa.

Spesso, all’inizio, soprattutto da parte del coniuge che ufficialmente ha preso l’iniziativa, la negazione riguarda persone (anche i figli), eventi, luoghi, situazioni collegate al partner. Nel contesto di un disagio relazionale sempre più ampio si può arrivare a manifestazioni psicopatologiche legate sì a caratteristiche di personalità di tipo disfunzionale, ma non definibili attraverso una specifica nosografia di tipo psichiatrico proprio per la prevalenza della patologia relazionale (Malagoli Togliatti, 1990). Nell’ambito di queste patologie relazionali anche i figli hanno un loro ruolo, ad esempio possono dover rassicurare uno dei genitori attraverso meccanismi di lealtà invisibili (Boszormenyi-Nagy, 1967), ma estremamente pervasivi, che li portano a rifiutare l’accesso al genitore separato: la triangolazione già sperimentata continua ad inquinare i rapporti familiari.

Un’altra modalità difensiva utilizzata nella separazione è l’ acting out nelle sue molteplici forme, che può essere interpretata come una valvola di sicurezza attraverso cui si manifesta la conflittualità. Le stesse tattiche utilizzate dai figli per cercare di ricompattare la coppia genitoriale possono accrescere il dissidio tra i genitori. Pensiamo ad esempio alla “sorveglianza dei costumi sessuali del genitore affidatario” agita dai figli, che spesso boicottano le relazioni affettive della madre o del genitore con cui abitano, per il timore di perdere “per colpa” degli impulsi sessuali anche questo genitore (oppure “per difendere” il genitore che non vive più con loro da un ulteriore allontanamento/esclusione, ndr). Ricordiamo per inciso che come il figlio è un soggetto attivo nelle relazioni della famiglia normocostituita così lo è nelle relazioni tra gli attori della famiglia separata.

Nella riorganizzazione delle relazioni tra i vari membri della famiglia separata il bambino è un vero e proprio agente trasformatore (Santi, 1983) che può essere coinvolto nelle lotte distruttive degli ex-coniugi ma anche in senso positivo nei processi di rielaborazione e di ristrutturazione data la “innata” tendenza alla salute (Winnicot, 1974) del soggetto in fase evolutiva.

Bibliografia: “Individuazione e attaccamento nella separazione coniugale” di Marisa Malagoli Togliatti in La mediazione familiare, per una regolazione della conflittualità nella separazione e nel divorzio , a cura di Ritagrazia Ardone – Silvia Mazzoni, Giuffrè Editore, 1994 – Milano

Accordi di separazione

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"La Mediazione Familiare è ‘la rottura della coppia senza perdente’ ed offre alla coppia che si separa, o che non vive più insieme, la possibilità di decidere essa stessa della propria sorte e della propria famiglia. Permette alla coppia di risolvere i propri conflitti e di giungere ad intendersi sui problemi relativi all’autorità genitoriale, il diritto di visita e le uscite, gli alimenti e la divisione dei beni. Questi accordi devono tenere conto dell’interesse dei figli (quando presenti, n.d.r.) e della soddisfazione di entrambi i coniugi. Si tratta di un processo che lascia ai genitori il potere di decidere circa il futuro delle loro nuove relazioni genitorali” (Anne Babu)

La mediazione Familiare sollecita nella coppia con o senza figli, sposata o non sposata, la risoluzione negoziale e congiunta dei problemi piuttosto che accentuare o esacerbare la vittoria individuale di una persona sull’altra. La coppia che si separa viene aiutata nel mantenere uno sguardo attuale e prospettico sulla riorganizzazione responsabile ed efficace della propria vita relazionale nel dopo separazione.

“Le decisioni verranno scritte dal mediatore, che ha l’incarico di trascriverle in una proposta di intesa che potrà essere sottoposta all’avvocato, nel caso che la coppia voglia legalizzare la propria separazione. L’avvocato potrà allora vedere con il suo cliente se l’accordo rispetta i diritti di ciascuno e può essere iscritto all’interno dei regolamenti giudiziari (omologa di separazione). Se ci sono dei punti di disaccordo, i coniugi potranno tornare in mediazione per discutere i cambiamenti proposti dall’avvocato. Successivamente, l’avvocato integrerà questa intesa nelle procedure legali in vista di un divorzio o di una separazione” (Anne Babu)

Bibliografia:Un modo alternativo di risoluzione dei conflitti: la Mediazione Familiare o "la rottura senza perdente" di Anne Babu in Comporre il conflitto genitoriale. La Mediazione Familiare: metodi e strumenti, a cura di Costanza Marzotto e Riccardo Telleschi, 1999, Edizioni Unicopli - Milano